“VEN CÀ CHE I NONE CONTA…”
Detti, storie e filastrocche

Tema: Detti, storie e filastrocche. Come il dialetto i detti e le filastrocche dicono molto di più delle singole parole messe in//fila. Esprimono stati d’animo, espressioni “piene”, fanno pensare, fanno sorridere.

Anche quest’anno lo facciamo in collaborazione con l’Union Ladina del Cadore de Medo. Un modo per intrecciare assieme finalità, competenze e obiettivi comuni. Tratte dall’archivio dì Gianni Pois Becher Auronzo per non dimenticare – e – Il Cadore degli emigranti –

Cari soci.
Carii abitanti del Cadore,
cari ospiti che frequentate questa Terra,
anche per il 2002 saremo con voi attraverso foto d’epoca, per riflettere sul nostro futuro. Quest’anno la nostra riflessione, in italiano e ladino è dedicata all’incontro tra generazioni. Le foto del calendario sono tratte dall’archivio dì Gianni Pois Becher, così come alcuni detti popolari riportati. Altre storie e filastrocche sono invece tratte dal lavoro fatto dalla scuola elementare di Lozzo di Cadore.


Ringraziamo tutti per la disponibilità dimostrataci e per il prezioso lavoro di raccolta di “pezzi” della nostra storia. “Vien ca che i none conta” vuole rispolverare modi d’essere che, se dimenticati, dovrebbero essere riscoperti. Il racconto, fiabesco e dolce, terribile e a volte colmo di mostri, hanno aiutato e abituato i bimbi a fare i conti con le proprie paure, ad essere vigili verso ciò che non si conosce e, a volte, ha incitato i più piccoli ad ubbidire agli adulti dove la sola raccomandazione non bastava. Una longana, una stria, o uno spirito cufoleto sapevano fare di più molto di più, di una sgridata di adulti, anche perché loro – gli spiritelli dispettosi e le donne con piedi di capra dai magici poteri – erano presenti sempre, nel cuore e nella fantasia dei bimbi. La dolcezza e la forza poi della presenza fisica dei nonni, i toni della voce che plasmavano le immagini descritte, il silenzio dell’intorno – senza TV di sottofondo – facevano il resto. L’atmosfera era fatta di calore fisico e umano, di suoni e sensazioni che portavano i nonni e i bimbi in una sorta di bolla sospesa, tutta loro, una nuvola di fantasia che permette a tutti coloro che hanno la chiave per accedervi, di avere una valvola di sfogo quando la realtà è troppo difficile da capire, e da affrontare.

Nei racconti dei nonni i “mostri” sono quasi sempre uomini o donne, magari con strani poteri e con sembianze particolari, che abitano da sempre i nostro luoghi e non vengono da “fuori”. Così come i “lupi cattivi’ non sono invenzione dei detti popolari e delle storie raccontate intorno alla stufa o al caminetto. Gli animali, nelle storie dei nonni, non hanno ruoli diabolici, semmai accompagnano persone, come il cavallo bianco del “vecio Fasine”. Protagonisti incontrastati delle fiabe nostrane sono i monti e il tempo, con le sue stagioni, osservati con attenzione per trarne insegnamento e scandire i tempi del lavoro: dalle semine al raccolto, ai tempi dello sfalcio. Natura come maestra di vita, narrata dai nonni ai nipoti attenti.

L’attacco terroristico in America ci ha fatto toccare con mano come sia difficile l’armonia tra popoli, figli di un’unica Terra. L’essere umano, con il suo sapere e il suo potere, a volte pari si adoperi non per costruire futuro ma per seminare distruzione, di vite e di ambiente, che poi è la stessa cosa. Siamo attoniti oggi, come dopo il disastro nucleare di Cernobyl, la strage premeditata del Vajont. Oggi più che mai ci sentiamo deboli in un mondo e in un ambiente dagli equilibri fragilissimi che possono posarsi solo su assi che si chiamano rispetto delle diversità, convivenza tra i popoli, costruzione di pace. Ma proprio perché è così difficile – e importante – dobbiamo adoperarci, tutti, per tessere sempre più fili e costruire tessuti capaci di resistere alle tante forze suicide che si muovono in questo mondo (non solo i talebani). Fili e tessuti solidi e caldi, capaci di avvolgere e rassicurare. L’incontro tra generazioni, la sua riscoperta, l’ascolto dei messaggi che l’ambiente naturale ci manda con quello che comporta, crediamo vada in questa direzione. Ci riporta alla capacità di trasmettere il sapere, al tempo necessario per raccontare e ascoltare, alla possibilità di riflettere alle domande nude di un bambino.

Significa riappropriarci, insieme, della capacità di sognare. E sentirci, in questo delicato e fragile mondo, fautori del nostro futuro. Come Gruppo che propone la costituzione di un Parco naturale regionale, il Parco del Cadore, un pezzo di futuro lo vediamo proprio in questa proposta che amiamo chiamare un “laboratorio” di vita e di lavoro per tutti i residenti, dove economia e qualità detta vita possano stare assieme, dove le relazioni tra gii esseri umani siano atta base dei progetti e del progredire di ciascuno di noi e detta collettività nel suo insieme. Un parco da scoprire nette sue pieghe più intime, fatte soprattutto di relazioni da ri-scoprire e di saperi da tramandare, dove lavorare, fare, ascoltare, raccontare Un parco da vivere.

Gruppo Promotore Parco delle Marmarole, Antelao, Sorapiss – Parco del Cadore

Testi:
Gianni Pais Becher – Auronzo per non dimenticare – Fotocromo Emiliana – dicembre 1996
Gianni Pais Becher – Il Cadore degli emigranti – Grafiche Longanesi snc – luglio 2000

VEN CÀ CHE I NONE CONTA..
Detti storte e filastrocche
Care Sozie
care Cadoris
care foreste che vegni de spe de sta Tera

anche n tel 2002 saron apede veautre, con dele vece fotografie che ne farà pensò su ntin che vegnarà. Sta ota i nostre por italiane por ladin descorse li faron sul ncontrase tra generazion. Le fotografie del lunario le avon ciotade de l archivio de Gianni Pois Becher e anche calche vecio dito che avon betzu inze. Autre storie e filastroche è stade nvenze tiriade fora dal laoro che à fato le scole elementare de Loze de Cadore. Dision un gramarzè a dute por la desponibilità che i ne aemostrou e por cheI /aoro prezios che i à fato a curia su < foche > de la nostra storia.

Vien cà, che i none conta vuò ciatà fora chi mode de vive chè se i avon desmenteade, dovesione orna a ciatasi a largo. Contà ste storie, magiche e dolze, feribile e magare piene de mostre, a senpro idiou e usiou i tosate a rangiase cole soe paure, a sta su cole ree se è algo che no se cognose e, calche ota, à sprentou i pi pizui a obedì a chi grei cuanche no i stasea a sentì le raco-mandazion. Na anguana, na stria o n spirto cufoleto, era bon de fei tanto de pi, ma ntoco de pi de na cridiada de chi grande anche perchè chi là, i spirte despetos e le femene coi pes de ciaura che fasea magie, era senpro presente inze del cuor e dela fantasia dei pupe. Apede I modo dolze e la forza dei none su por pede, I son dela os che ncoloria cheI che i contaa, I chieto den torno, zenza TV de sotefondo, fasea I resto. Se sentia dentorno n color fisico e uman, i sone e algo che portaa none e boce come inze de na boia de aria su auta, duta por luore, n nugol de fantasia che lasaa a dute chi che podea di inze de eia avè na valvola de sfogo cuanche la realtà deventa defizel da capì e da frontà.

Dele storie dei none i mostre è cuase senpro omen o femene, magare con strane forze e con fa-teze particolare che à senpro viviù ca da noi e che no vien da fora. Così come i lupe triste no è nvenzion dei dete dei vede e dele storie che i contaa ntorno al tornei o al fogher. Le bestie, dele storie dei none, no è come dei diaule, casomai i va a conpagnà calchedun col ciaval bianco del vedo Fasine. Le storie nostrane no parla autro che dei monte e del tenpo cole soe stagion, oservade polito por nparà algo e scandì i tenpe del laoro: da cuanche se semena a cuanche se fole su, a cuanche è ora de fien. La natura che nsegna a vive, contada dai none ai nevode atente. L ataco teroristico de I America ne à fato tocià con man che defizel che è a di dacordo con la dente, anche se son dute fioi dela stesa Tera.

Ogni on, col so savè e I so podè, par fin che calche ota I se ndegne no a bete n pes n futuro, ma a semenà destruzion de vite e de anbiente, che po è la stesa roba. Son restade spauriade ncuoi, come daspò del desastro nucleare de Cernobyl, la strage che se prevedea del Vajont. Mai come ades se sention debui de n mondo e de n anbiente mal npornou che sta su solo su pontele che se dama respeto de chi che no è come noi, savè vive tra i popui, bete n pes la pas. Ma propio perchè è così defizel e nportante, dovon betese dute cuante a tese dei file e a fei su tela che see bona de resiste a dute chele forze redose che se moe de sto mondo (no solo i talebani). File e tele stagne e ciaude che see buoi de scuerde e da coragio. Ncontro ntra generazion, tornò a scoprilo, betese a scoltà ce che ne dis I anbiente dela natura credon che ne bete sula strada giusta. Torna q portane a ese buoi de trasmete chel che savon, de ciatà I tenpo che ocore por parlase e por scoltase por pensò su a responde ale domande nude de chi tosate. Vuò di tornò nsieme a ese paroi de podè sognò.

E sentise de sto mondo delicato e ledier, pronte a fei I nos futuro. Come Gruppo che digarae de fei n Parco natural regional, I Parco del Cadore, n foco de futuro lo vedon orooio de chesta idea che ne piase damò n “laboratorio” de vita e de laoro por duta la nostra dente aanò che economia e cualità dela vita podese sta nsieme, agno che le relazion nta duta la dente tose a la base dei progete e del di ndavante de un por un de neautre e de dute nsieme.
N parco da scoprì dele soe fifole pi sconte, fate pi de duto de relazion da no,afa e de save da tramandò agno che se laora, se briga, se scolta, se conta.

Parco delle Marmarole Antelao e Sorapis N colaborazion co I Union Ladina de I Cadore de Medo

Testi:
Gianni Pais Becher – Auronzo per non dimenticare – Fotocromo Emiliana – dicembre 1996
Gianni Pais Becher – Il Cadore degli emigranti – Grafiche Longanesi snc – luglio 2000

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